Una biografia che sembra chiedere una scena
La vita di Silvio Matteoda ha qualcosa di teatrale, anche se non teatrale in senso spettacolare. È fatta di entrate e uscite, apparizioni tardive, stanze private, guerre, ritorni, oggetti perduti. Non è la storia lineare di un artista che conquista progressivamente la fama. È piuttosto la vicenda di un uomo che attraversa il Novecento lavorando molto, esponendosi poco e lasciando dietro di sé tracce che oggi vanno rimesse insieme.
Nato a Saluzzo nel 1886, Matteoda fu pittore, scultore, architetto e inventore. Studiò a Torino e a Roma, combatté nella prima guerra mondiale, progettò edifici, dipinse, sperimentò materiali costruttivi, visse a Torino e conobbe la perdita di molte opere durante il secondo conflitto mondiale.
A raccontarlo bene, non serve forzare la sua storia. Basta seguirla. Ci sono già dentro tutti gli elementi di un personaggio complesso: la formazione artistica, il cantiere, il fronte, la casa, lo studio, il bombardamento, il ritorno pubblico in tarda età.
Prima scena: Saluzzo
Saluzzo è il punto di partenza. Una città con una forte identità storica e architettonica, abbastanza raccolta da conservare la memoria dei suoi abitanti e abbastanza colta da formare sensibilità non provinciali. Matteoda nasce lì nel 1886. La sua infanzia è segnata dalla perdita dei genitori, ma anche da un ambiente in cui la cultura, il disegno e l’attenzione alla forma sembrano avere un peso.
La sua formazione lo porta all’Accademia Albertina di Torino, poi a Roma. È un percorso importante perché gli dà due strumenti: la pittura e l’architettura. Non due carriere parallele, ma due modi di organizzare il mondo.
In un artista come Matteoda, il disegno non è mai soltanto preparazione. È un modo di pensare. Prima ancora della tela o del muro, c’è la linea: una linea che può diventare figura, edificio, sezione, strada, volto.
Seconda scena: Roma e il mestiere dell’architetto
A Roma, nei primi anni del Novecento, Matteoda lavora come architetto e direttore dei lavori. La città è un laboratorio immenso. Non è solo la capitale politica del Regno, ma un luogo in trasformazione urbanistica e culturale. Per un giovane artista-architetto, significa misurarsi con cantieri, committenti, materiali, spazi e memoria storica.
Questo lato professionale non va separato dalla pittura. Spesso si raccontano gli artisti come se il loro lavoro “vero” fosse solo quello su tela. Nel caso di Matteoda sarebbe un errore. L’architettura fa parte della sua identità. La sua attenzione alla costruzione, alla forma e al rapporto tra pieni e vuoti torna anche nella pittura.
Terza scena: il fronte
Poi arriva la guerra. Matteoda combatte nella prima guerra mondiale e viene gravemente ferito nel 1916. È un passaggio decisivo. La guerra non è un episodio laterale della sua biografia, ma una rottura che entra nel modo stesso di guardare.
I disegni e gli schizzi legati all’esperienza del fronte restituiscono un artista che osserva l’uomo nel momento della massima esposizione. Si potrebbe pensare, per atmosfera storica, ad altri artisti-soldati del Novecento: Anselmo Bucci, per esempio, o certi autori che hanno raccontato la trincea con il disegno più che con la retorica. Matteoda, però, resta meno celebrativo. La sua guerra appare soprattutto come memoria, non come manifesto.
Quarta scena: pittura senza proclami
La pittura di Matteoda non chiede di essere letta con una sola etichetta. Non è accademica nel senso più chiuso, ma non è nemmeno avanguardia urlata. È una pittura che cerca un equilibrio personale tra riconoscibilità della forma e libertà del segno.
Il riferimento a Cézanne è utile, purché non diventi una scorciatoia. Matteoda non è Cézanne, ma in alcune sue opere si sente un interesse per la costruzione interna dell’immagine. Le forme non sono lasciate al caso. Anche quando la pennellata è rapida, l’immagine tiene. Con De Pisis può condividere una certa leggerezza del tocco, la capacità di non dire tutto, di lasciare all’immagine uno spazio di vibrazione. De Pisis è più sottile, più nervoso, più lirico; Matteoda è più concreto. Ma il paragone può aiutare a vedere una pittura che non vuole irrigidirsi.
Con Spazzapan, invece, il punto di contatto è la libertà grafica. Matteoda non arriva alla stessa intensità espressionistica, ma in alcuni lavori sembra interessato più al movimento dell’immagine che alla sua chiusura perfetta.
Infine c’è Torino. E a Torino, inevitabilmente, vengono in mente Casorati e i Sei. Matteoda non possiede l’immobilità mentale e compositiva di Casorati, né coincide con il gruppo dei Sei di Torino. Però appartiene a quel clima in cui la pittura piemontese cerca una modernità non sempre appariscente, spesso colta, discreta, laterale.
Quinta scena: l’inventore e i brevetti
C’è poi un episodio che sembra quasi uscito da un racconto giornalistico d’altri tempi. Nel 1939 un articolo presenta Matteoda come detentore di parecchi brevetti e studioso appassionato di architettura. Lo descrive mentre mostra un elemento in cartone destinato alla costruzione, spiegando il proprio sistema di strutture cellulari.
La formula più semplice sarebbe dire: “case di cartone”. Ma sarebbe una semplificazione. Matteoda non immaginava di sostituire banalmente il mattone tradizionale con un pezzo di cartone esposto alla pioggia. Il suo ragionamento era tecnico: usare cartone povero, ricavato da materiali di scarto, come anima interna per creare vuoti all’interno di strutture in calcestruzzo. Il risultato avrebbe dovuto garantire leggerezza, isolamento, rapidità e risparmio.
Il testo giornalistico insiste su alcuni vantaggi: minor impiego di materiali, camere d’aria, coibenza, rapidità di costruzione, riduzione dei costi, uso di materiali autarchici. Cita anche costruzioni realizzate a Condove e la Casa Rurale della Mostra dell’Autarchia di Torino.
È un passaggio importante perché mostra un Matteoda diverso dall’immagine del pittore appartato. Qui lo vediamo quasi come un dimostratore, un inventore, un uomo che piega un foglio e lo trasforma in sistema costruttivo. C’è qualcosa di molto concreto e insieme visionario. Anche con tutte le cautele dovute al contesto storico dell’autarchia, resta il fatto che Matteoda ragionava su temi che ancora oggi interessano l’architettura: materiali poveri, leggerezza, isolamento, costi, tempi di costruzione.
Sesta scena: Torino e la casa colpita
Nel 1925 Matteoda si trasferisce a Torino. La documentazione storica lo collega a Via Saluzzo 47, edificio in cui la sua presenza non è soltanto abitativa. La casa diventa anche luogo di lavoro e memoria. Secondo documentazione storica di guerra, nella mansarda dell’abitazione si trovava il suo studio. Qui l’artista custodiva molti dei suoi dipinti più cari. Non è un particolare romantico, ma un dato biografico essenziale. Lo studio è il luogo dove un artista conserva ciò che ha fatto, ciò che non vuole ancora mostrare, ciò che forse non mostrerà mai.
Il bombardamento del 1942 colpì quello spazio e distrusse molte opere care a Matteoda. È uno degli episodi più dolorosi della sua storia. La prima guerra lo aveva ferito come uomo; la seconda colpì la sua memoria artistica. Molti quadri, disegni e materiali andarono perduti. E quando si perde uno studio, si perde anche una parte del racconto che avrebbe potuto essere fatto.
Questo punto è decisivo. La fortuna critica di un artista dipende anche da ciò che resta visibile. Se una parte consistente delle opere viene distrutta, il giudizio successivo rischia di basarsi su un archivio mutilato. Nel caso di Matteoda, bisogna tenerne conto.
Settima scena: il ritorno
Nel 1963, a settantasette anni, Matteoda torna all’attenzione del pubblico con una personale alla Galleria Fogliato di Torino. La mostra viene recensita e suscita interesse. Non è la celebrazione tardiva di un dilettante, ma la riscoperta di un artista con un linguaggio solido, personale e più moderno di quanto la sua riservatezza potesse far pensare.
Questa riapparizione sembra quasi l’ultimo atto di una vicenda rimasta a lungo dietro le quinte. L’artista che aveva attraversato accademie, cantieri, guerre e invenzioni torna visibile. Ma dietro le opere esposte restano le opere perdute. Dietro la mostra resta lo studio colpito nel 1942. Dietro il pittore resta l’architetto. Dietro l’architetto resta l’inventore.
Perché rimetterlo in scena
Silvio Matteoda merita oggi una nuova attenzione non perché sia facile trasformarlo in un nome da copertina, ma perché la sua storia è più ricca di quanto sembri. È un artista che non si lascia ridurre. Pittore, sì. Ma anche architetto. E inventore. E testimone di due guerre. E uomo che ha perso una parte dolorosa del proprio lavoro.
Parlarne oggi significa anche fare un’operazione di giustizia culturale. Non ingigantire, non mitizzare, non costruire una leggenda a posteriori. Piuttosto, rimettere insieme i frammenti: le opere rimaste, i documenti, gli articoli, i progetti, le testimonianze, i brevetti, il bombardamento del 1942, i dipinti distrutti, la mostra del 1963. Il risultato è il profilo di un artista profondamente novecentesco. Non perché segua tutte le mode del Novecento, ma perché ne porta addosso le contraddizioni: modernità e tradizione, costruzione e distruzione, pubblico e privato, pittura e tecnica, memoria e perdita.
Forse è proprio da qui che bisogna ricominciare. Non dal tentativo di incasellare Matteoda in una scuola, ma dalla sua irriducibilità. Silvio Matteoda fu un artista che costruì immagini, edifici, idee e sistemi. E che vide una parte del proprio mondo distrutta dalla guerra. Raccontarlo oggi significa restituire voce a una storia rimasta troppo a lungo sottovoce.